Bergamo, classi virtuali: scatta l’allarme per l’irruzione dei cyberbulli

A marzo 278 segnalazioni alla Fondazione Carolina, di solito ne arrivano una cinquantina al mese. «Guida per i genitori: devono conoscere i social»

di Silvia Seminati

cyberbullismoSembra basti un clic. Invece la didattica a distanza è tutt’altro che semplice. Gli insegnanti devono tenere l’attenzione di una classe che è divisa in tanti pezzetti. Controllare che tutti seguano. E poi ci sono i cyberbulli: c’erano anche prima del lockdown, ma adesso sono ancora più attivi e spesso fanno irruzione nelle classi virtuali. Se ne è accorta la Fondazione Carolina, creata nel 2018 da Paolo Picchio, in nome della figlia Carolina, la prima vittima riconosciuta di cyberbullismo in Italia.

Quando non c’era la quarantena, alla Fondazione arrivava una cinquantina di segnalazioni al mese. A marzo ne sono arrivate 278, di cui una sessantina dalla Lombardia e, tra queste, una quindicina dalla Bergamasca. Impossibile pensare che i due aspetti — il lockdown e l’esplosione dei casi di cyberbullismo — non siano collegati.

Sono tante le forme possibili del cyberbullismo e per ognuna la Fondazione Carolina prova a dare risposte con un team di esperti. «Può capitare — racconta Ivano Zoppi, segretario generale della Fondazione — che le lezioni a distanza vengano interrotte dai bulli. Succede quando un alunno dà la password o il codice per accedere alla lezione anche a qualcuno di esterno e questo ne approfitta. Disturba la lezione e ci vogliono dai 30 secondi a un minuto per sbatterlo fuori. Il bullo può anche portare nella classe virtuale materiale di un certo tipo».

A volte vengono presi di mira gli insegnanti. «Vengono scattate foto, poi rimaneggiate e fatte girare sui social — spiega Zoppi —. Il cyberbullo può anche “rubare” il video della classe, aggiungere musica e filtri e poi postarlo su Tik Tok, un social network molto usato dai ragazzini».

Tra le segnalazioni arrivate a marzo dalla Bergamasca ce n’è una sul sexting, che consiste nello scambio di foto (o video) con esplicito contenuto sessuale. «Una ragazza di 16 anni ci ha scritto una mail — racconta Zoppi —. Si è fatta convincere dal fidanzatino, gli ha mandato foto intime e lui le ha fatte girare tra gli amici. Noi abbiamo telefonato alla ragazza, l’abbiamo convinta a parlarne con i genitori e così ha fatto, poi abbiamo parlato anche noi con loro. Abbiamo consigliato di segnalare il fatto alle autorità competenti, ci hanno detto che lo avrebbero fatto, credo abbiano denunciato. Questa ragazza aveva conosciuto la nostra Fondazione durante un incontro fatto a scuola (durante lo scorso anno scolastico, la Fondazione ha incontrato 679 classi, ndr). Segnalare un fatto così non è semplice, ma molti adolescenti quando ascoltano la storia di Carolina si immedesimano e questo li spinge a parlare quando poi si trovano in una situazione del genere».

Sul sito internet (www.fondazionecarolina.org) c’è anche una guida per i genitori. «Hanno un ruolo fondamentale — spiega Zoppi —. Devono informarsi e formarsi. Devono conoscere i social e stare vicini ai propri figli, senza esercitare un controllo ossessivo. Devono riappropriarsi della funzione educativa. Il web crea un nuovo ambiente in cui vivere e i figli devono imparare a conoscerlo. Hanno bisogno di regole: il rispetto, l’empatia, la capacità di fermarsi a riflettere. Devono chiedersi se un loro comportamento possa far male a qualcuno o anche a loro stessi».

E Paolo Picchio, in una lettera indirizzata a tutti i genitori, scrive: «I nostri educatori e i volontari sono consapevoli della colossale sfida educativa che ci troveremo davanti quando l’emergenza allenterà la morsa. Una sfida che possiamo vincere soltanto attraverso un rinnovato patto tra famiglia, istituzioni scolastiche e media company».