Alcol: Cosa rischiano i nostri giovani, al di là del Covid.

di Anna Paola Lacatena

Finito il lockdown i più giovani cercano ancor di più un’individuazione, uno spazio per sé e per i propri coetanei in un processo di socializzazione che deve fare i conti con un vuoto di alternative. Proprio in presenza di questo vuoto per i giovanissimi, però, può andare delineandosi un rischio: il passaggio dal bere conviviale, tutto sommato accettato e non soggetto a biasimo sociale, a quello dell’eccesso

È indubbio come la situazione che stiamo vivendo e la paura di ciò che ancora non è pienamente sotto controllo renda le persone più fragili e vulnerabili. Se da una parte si va consolidando la razionalità scientifica che si nutre dell’analisi probabilistica degli eventi in stretta relazione con la valutazione di rischi e benefici, dall’altra va corroborandosi la razionalità sociale, ossia il rifiuto da parte dei cittadini di considerare la propria vita come variabile da inserire nel calcolo delle probabilità. Per il sociologo tedesco Ulrich Beck questo si traduce in una serie di reazioni messe in atto dagli attori sociali nei confronti dei rischi al fine di contrastarli, spesso sfidandoli.

Nel corso delle ultime settimane ci siamo chiesti come sarebbero cambiati la sanità e il lavoro sociale, come le persone avrebbero risposto all’emergenza, all’idea della malattia, dell’incertezza.
Se l’aperitivo risultava tra i giovani una sorta di rito di liberazione da regole e contesti imposti dal mondo adulto e dell’istituzione, davvero ci meravigliamo della massimizzazione concettuale che sta assumendo nel dopo allentamento delle limitazioni da pandemia?

L’alcol è la sostanza psicotropa legale per eccellenza, dalle tante facce e dai molteplici significati sociali e culturali. È stato e continua ad essere spesso anche un rifugio di facile reperibilità nei frangenti difficili, nelle contingenze di crisi.
L’incertezza apre, poi, alla possibilità-rifugio di accedere ad esperienze nuove.

Se la diffusione di sostanze psicotrope illegali ha dovuto fare i conti con la difficoltà di spostamenti (dal macro al micro), sopperendo con il ricorso all’approvvigionamento online o alla consegna a domicilio (utilizzando corrieri spesso inconsapevoli), l’alcol è stato sempre facilmente reperibile tanto che da più parti è stato ventilato l’accentuarsi dei consumi durante le settimane di confinamento imposte dalla pandemia.
Birra artigianale, incremento dell’e-commerce, eventi, video-party e degustazioni online.

Bere alcolici è un comportamento che si perde nella notte dei tempi e sebbene lo stesso sia stato associato a lungo agli uomini, già da diverso tempo il consumo e l’uso problematico coinvolgono anche le donne e i giovanissimi.

L’alcol ha un’azione bifasica sul sistema nervoso centrale: da una parte si comporta come uno stimolante dall’altra presenta una funzione sedativa. Centrale in questa duplice valenza resta il rilascio di dopamina con la conseguente registrazione di sensazioni positive di piacere in due aree del cervello: striato ventrale e nucleus accumbens.

Il consumo di alcol, dunque, non uccide il virus nell’aria inalata, non disinfetta la bocca e la gola- al più la cute in una concentrazione di almeno il 60% in volume – e non dà alcun tipo di protezione contro il COVID-19 ma certamente a molti garantisce sensazioni piacevoli.

Lo stesso, non stimolando alcuna immunità ma abbassando la resistenza al virus: “Indebolisce il sistema immunitario per cui, indipendentemente dalla quantità assunta ogni volta chi ha una problematica alcol-correlata è di per sé più vulnerabile al contagio da COVID-19.”

Nel passaggio da uso a dipendenza patologica, il disturbo da consumo di alcol (DCA), è una malattia cronica recidivante che viene diagnosticata entro un periodo di 12 mesi mediante una determinata serie di criteri (American Psychiatric Association. (2013). Diagnostic and Statistical Manual of Mental Disorders (5th ed.). American Psychiatric Publishing; 490-491).

Secondo Epicentro dell’Istituto Superiore di Sanità oltre il 5% dell’impatto globale di tutte le patologie (Global Burden of Disease- GBD) è dato dal consumo dannoso di alcol.
Oltre il 90% di chi ha un consumo dannoso che richiederebbe un intervento o un trattamento, non viene intercettato dai servizi per l’alcodipendenza (Fonte: epicentro.iss.it).

È della fine di aprile l’allarme lanciato dall’Istituto Superiore di Sanità circa l’aumento (del 180%) dei consumi di alcol durante il periodo di confinamento favoriti da ansia, noia, stress, potenziamento delle vendite online e consegna a domicilio.

In vista di una necessaria riprogrammazione e rinnovamento dell’intero sistema della cura, l’Osservatorio Nazionale Alcol e il centro dell’Organizzazione Mondiale della Sanità per la promozione della salute e la ricerca sull’alcol dell’Istituto Superiore di Sanità, unitamente ad altri istituti di ricerca e organizzazioni di tutela della salute pubblica europei, hanno lanciato un sondaggio d’opinione e di consultazione sui consumi di alcol tra la popolazione. Scopo dell’indagine, attiva sino alla fine del mese di giugno, è quello di dare voce alle percezioni e alle esperienze personali per raccogliere e produrre indicazioni da proporre ai decisori politici al fine di addivenire a risposte più in linea con la realtà nel breve, medio e lungo termine.

Nella necessità di fare un distinguo tra uso (sociale e problematico) e patologia, va precisato che una stragrande maggioranza di persone, soprattutto giovanissimi, con buona probabilità non si porrà la questione di rispondere ad un questionario. Il che non vuol dire, però, che non ci sia una vera e propria questione aperta e ad oggi insoluta (se mai vi fosse possibilità di risolverla) tra giovani e alcol.

L’alcol: la merce senza limiti e confinamenti
Con buona probabilità potrebbero aver accentuato i consumi persone che avevano già un problema legato all’alcol, precedente alla pandemia da Coronavirus. E questo in maniera trasversale sia dal punto di vista del genere che dell’età.

Persone che hanno vissuto le settimane del confinamento da sole potrebbero rappresentare un target importante a tal proposito e da questo punto di vista sarebbe interessante riuscire a diversificare tra uomini e donne, tra diverse estrazioni sociali e culturali, in ragione di differenti condizioni lavorative.

I giovanissimi (soprattutto minori) costretti in casa durante i giorni più a rischio della pandemia e, dunque, nell’impossibilità di frequentare locali di vario genere non possono essere considerati coloro che negli ultimi tre mesi hanno incrementato la quantità di assunzione.
Tutto ciò per almeno due motivi: condivisione degli spazi di vita con i propri genitori e mancanza del contesto loisir e della più o meno consueta frequentazione dei pari.

La letteratura specializzata conferma i primi contatti con la sostanza alcolica all’interno delle mura domestiche ma stenteremmo a credere che le stesse abbiano assistito durante il lockdown a fenomeni di abuso di alcol o addirittura di binge drinking da parte di minori.

Dai dati Istat emerge che nel 2015 circa il 10,8% tra gli uomini e 3,1% tra le donne di età superiore a 11 anni ha tenuto almeno una volta questo comportamento – consumo concentrato in un arco ristretto di tempo di bevande alcoliche di qualsiasi tipo.
Ciò significa oltre 3 milioni e 700mila binge drinker di età superiore a 11 anni. Un numero estremamente preoccupante se si pensa agli effetti di questa particolare abitudine. L’alcol consumato tra i 12 e i 25 anni infatti, oltre a causare notevoli danni a livello epatico, interferisce negativamente sul cervello alterando il rimodellamento delle sinapsi (fonte: fondazioneveronesi.it).

Vada per una perpetuazione del modello del bere mediterraneo da parte degli adulti di riferimento in una sorta di trama semantica in grado di veicolare la normalizzazione dell’assunzione di alcol soprattutto durante i pasti ma appare piuttosto inattendibile l’idea di un uso problematico in presenza dei genitori.

Accentuazione in chiave patologica per persone già esposte alla problematica, incremento dei consumi per alcune fasce d’età, astemia casalinga da Coronavirus per altre sembrano tre delle possibili varianti già sotto gli occhi e non solo degli esperti.

Al di fuori dalle consuete dicotomie bere mediterraneo o bere freddo, alimentare o ludico, sociale o patologico, negli ultimi anni, da Nord a Sud, si è progressivamente imposta nel nostro Paese una tipologia del tutto particolare: il momento dell’aperitivo.
Volutamente ho aggiunto alla parola aperitivo il termine momento.

Non si tratta di un semplice bere, infatti, ma molto di più.
Intanto il modello culturale occidentale ha imposto uno stile di vita frenetico, prestazionale e competitivo. L’alcol, fuori dalle sabbie mobili della dipendenza patologica dove la persona a causa dello stabilirsi di una serie di questioni (vedi craving) non è più in grado di governare il proprio rapporto con la sostanza, ben si presta ad una percezione di rallentamento, di piacere, di momento di godimento.

L’alcol si è fatto liberatorio, perdendo quella polarità negativa che appartiene al “malato”, a colui che ha bisogno di cure proprio perché non più in grado di beneficiare degli effetti ritenuti positivi e desiderabili dell’alcol. Più che di ignoranza dei rischi bisognerebbe parlare di cristalizzazione di modelli culturali.

L’aperitivo che normalmente viene consumato tra le 18,30 e le 19,30 è incontro, è ritrovarsi con gli amici, è musica, convivialità, confine tra palcoscenico e dietro le quinte, tra ruolo sociale e possibilità di essere un po’ più se stessi o di corrispondere nella propria percezione alla più personale idea di sé.
In chiave culturale è la libertà dalla scansione imposta dal tempo, è costruzione di un percorso autonomo, è il defraudato dal mondo della produzione che riconquista potere vestendo l’abito del consumatore.

L’aperitivo è stare insieme, è socialità che si connota maggiormente di birra per i ragazzi e di cocktail colorati per le ragazze. La frequenza è quella delle tre-quattro volte a settimana, la quantità di alcol varia a seconda della compagnia, del giorno, degli impegni personali.

Non si tratta solo di bere, dunque, ma di dare vita ad un rituale che spesso sopravanza la cena – soprattutto da parte delle ragazze in ragione del calcolo delle calorie – in un meccanismo di disarticolazione nuovo della distribuzione dei pasti e del tempo nell’arco della giornata, dilatando la durata la serata con uno sciame che si trasferisce di locale in locale.
Il tutto consumato tra pari, tra amici, fuori dal contesto della famiglia, lontani dal consueto scandito dai tempi della tavola e del consumo dei pasti, pur nelle sue differenze e livelli comunque accessibile.

Bere al più non è percepito in relazione al rischio per la salute ma più come elemento incidente sul piano dell’ossequio al culto dell’estetica.

A conclusione del confinamento imposto dalle misure di prevenzione il suo significato appare rinforzato dal punto di vista del bisogno di socialità, di distanza dalla famiglia, di individuazione di uno spazio neutro dove coltivare l’idea di esserci come individuo in relazione con l’altro simile a sé.

Se la donna sembra rivendicare un’attitudine per troppo tempo quasi esclusivamente ad appannaggio degli uomini, i più giovani cercano un’individuazione, uno spazio per sé e per i propri coetanei in un processo di socializzazione che deve fare i conti con un vuoto di alternative.

Proprio in presenza di questo vuoto per i giovanissimi, però, può andare delineandosi un rischio: il passaggio dal bere conviviale, tutto sommato accettato e non soggetto a biasimo sociale a quello dell’eccesso, senza i limiti stabiliti da ruoli sociali, impegni, obiettivi, progettualità più conforme al mondo dei giovani adulti (o degli adulti in cerca di dimensioni evergreen). In estrema sintesi dal per sentirmi più grande al non riuscire più a crescere.

Il Coronavirus non ha sdoganato l’idea dell’aperitivo, ha più semplicemente costretto il mondo dei presunti adulti a prenderne atto e magari questo servisse a coscientizzare sull’assenza di alternative rispetto alle possibilità della condizione e delle opportunità di aggregazione.
Prima di giudicare farsi qualche domanda è sempre auspicabile, soprattutto se si vogliono cogliere i messaggi non verbali di comportamenti che sono assurti a rituali e che vanno consolidandosi, e che, date le premesse e i bisogni emergenti, continueranno a farlo anche nel post- emergenza.

Ci siamo chiesti se dopo l’emergenza saremo persone migliori. Alcuni, forse, certamente non tutti.
Ci chiediamo alcuni, forse non tutti, se saremo operatori migliori.
Ci chiediamo se i Servizi saranno in grado di rispondere a nuove e vecchie emergenze.  Alcuni, forse, certamente non tutti.

I Ser.D. sono i Servizi deputati a dare delle risposte, in collaborazione con il privato sociale (vedi Comunità Terapeutiche) e con il mondo dell’Associazionismo (vedi Alcolisti Anonimi e Club Alcologici Territoriali già Club Alcolisti in Trattamento). Peculiarità di questi Servizi sono la territorialità, il rispetto dell’anonimato e l’accessibilità diretta. Tre caratteristiche, a cui si aggiunge la gratuità della prestazione che ad oggi fortunatamente resta tale, che devono fare i conti ora con le misure da adottare dettate dalla necessità di prevenire la diffusione del contagio.

Per quanto riguarda l’alcol, sarebbe il caso di rivedere la capacità di attrazione di queste realtà, di garantire anche a fronte di una più complessa accessibilità ai Servizi territoriali (pre-triage, triage, accesso solo per appuntamento, ecc.) una offerta più ampia e vicina al bagaglio di ansie e malessere accumulate negli ultimi mesi sia da parte di chi era già in carico sia da parte delle persone che si avvicineranno per la prima volta nel post-emergenza Coronavirus.

Si tratta di una nuova e insidiosa sfida che rischia di allontanare domanda e offerta d’aiuto.
Quanto ai giovani e ai giovanissimi che hanno indubbiamente limitato il consumo di alcol nel corso della pandemia- più per mancanza di occasioni che per libera scelta – e che in numeri ancora limitati afferiscono ai Servizi, va detto che il confinamento si è prestato a una grande e involontaria indagine con conclusioni che meritano ulteriori approfondimenti.

Intanto sarebbe opportuno che i Ser.D. si facessero “territorio” fuori dalle consuete e rassicuranti mura istituzionali, riconoscendosi come capofila nel trattamento ma anche nella prevenzione.
Gli specialisti e gli operatori del settore dovrebbero continuare, ancora più che in passato, a ridurre la distanza implementando la collaborazione con il mondo della scuola – nel suo più alto mandato contenitore di relazioni e processi educativi nonché luogo dell’accoglienza e della rielaborazione di immaginari e vissuti finalizzato a individuare potenzialità e positività – proponendo pacchetti in grado di usufruire delle piattaforme online degli istituti per promuovere informazione e sensibilizzazione in merito.

Dei 60 mila volontari da reclutare da parte della protezione civile destinati a fare rispettare il distanziamento sociale in una sorta di crociata contro la movida – personalmente al momento metterei in  conto qualche rischio provocazione e rissa – forse, nel tempo una parte potrebbe affiancarsi, sulla scorta di una reale attitudine e motivazione, debitamente formata sulle problematiche droga e alcolcorrelate al lavoro degli operatori dei Ser.D. in chiave di prevenzione e informazione.

Tra le conclusioni che è possibile trarre va ricordato che la Riduzione del Danno è una voce contemplata nei Livelli Essenziali di Assistenza ma, causa carenza di risorse economiche stanziate, realizzata solo in pochissime realtà del territorio nazionale.
Non si possono tenere i giovani in lockdown a vita per evitare che bevano, sperando che questo abbia convinto un po’ di più i sostenitori dell’utilità del divieto come una possibilità di fronteggiamento a una questione ben più complessa.
È necessario porre attenzione al prolungarsi dell’aperitivo con tutte le conseguenze, all’imitazione senza limiti dei più piccoli che non hanno ancora impegni e non moderano le quantità.

Non si possono ridurre, poi, le possibilità e le occasioni di aggregazione a muretti e a panchine in compagnia di bottiglie che finiscono ovunque tranne che nei cestini dei rifiuti. Sarebbe il caso di promuovere attività formative e di aggregazione altre.

Solo chi davvero non vuole vedere può ancora credere che la prevenzione va fatta su aspetti moralistici e non su basi scientifiche supportate da prodromiche letture socio-culturali e di contesto.
Pensare di mettere al bando l’alcol è del tutto irrealizzabile.

Il rischio è che l’aperitivo di questi giorni diventi “aperitivo” di quello con cui i Ser.D. potrebbero dover fare i conti nel proseguo delle conseguenze da emergenza Coronavirus.
Quanto può risultare triste un Paese che deve ringraziare un aperitivo per essersi ricordato finalmente dopo mesi di giovani e giovanissimi?