"Le nuove forme dello stress nell'era digitale"
Che fare per salvarsi dallo stress digitale e dalla dipendenza da smartphone

Il 10 ottobre per BergamoScienza il professor Giovanni Biggio ha illustrato, durante la conferenza, gli effetti che i social provocano sul nostro cervello e quali provvedimenti adottare per non subirli

 

di Astrid Serughetti
Smartphone Family

Siamo tutti stressati digitali

Chi più e chi meno. E la questione è piuttosto seria, tanto che l’insorgere di episodi di dipendenza in noi e negli altri non è così raro. Ma di solito quando ce ne accorgiamo è troppo tardi.
Come Facebook e gli altri social media influiscano sulla nostra salute mentale e come un’intera generazione ne stia subendo gli effetti è al centro della conferenza di BergamoScienza in programma all’Auditorium di Piazza Libertà il prossimo 10 ottobre (ore 09.30, tutto esaurito). Il titolo dell’incontro – organizzato in collaborazione con l’Associazione Genitori Atena – è evocativo: “Le nuove forme dello stress nell’era digitale”.

E poiché da utilizzatori seriali di smartphone, connessioni e social siamo magari convinti di stare discretamente bene abbiamo incontrato il relatore, il professor Giovanni Biggio, professore ordinario di Neuropsicofarmacologia presso l’Università degli Studi di Cagliari, membro dell’American College of Neuropsychopharmacology, presidente della Società italiana di Psiconeurofarmacologia e vicepresidente di Sardegna Ricerche. A lui chiediamo in quali casi dovremmo essere preoccupati.
Da questa chiacchierata sono emerse tre parole chiave: Centennials (o Generazione Z), dipendenza e sonno.

La lotta fra cervelli

Prima di addentrarci nei meccanismi dello stress digitale e capirne il funzionamento, Giovanni Biggio ci accompagna in un breve viaggio attraverso il funzionamento del cervello: “Per capire come i social influiscono sulla nostra mente è necessario sapere che il cervello è un organo molto dinamico. Si modifica, anche dal punto di vista morfologico, in tempo reale. Diventa adulto quando la corteccia prefrontale è il più sottile possibile. Questo avviene tendenzialmente tra i ventitré e i venticinque anni nelle donne e tra i ventisette e ventinove anni negli uomini. Quest’area è quella che controlla gli impulsi, ci permette di prendere decisioni in base agli obiettivi da raggiungere, esprime la nostra personalità e guida i nostri pensieri”.

In sostanza il nostro cervello “matura” quando perde materiale e definisce la propria struttura. Perché questo accada, però, attraversa anni di evoluzione in cui la corteccia prefrontale scatena una sorta di battaglia con l’area limbica. Zona che tra le altre cose gestisce passioni, emozioni, desideri e negli adolescenti è molto sviluppata: “Gli adolescenti hanno quello che viene chiamato ‘cervello stupefacente’ che fatica a controllare gli impulsi, è soggetto a un enorme desiderio verso ciò che gli piace e invita a trasgredire con più frequenza”.

Per diventare adulti responsabili, insomma, l’adolescente attraversa una serie di fasi in cui l’area limbica si riduce e viene controllata dalla corteccia prefrontale. Semplificando, questo è il meccanismo per cui crescendo diventiamo dei sognatori con degli obiettivi, spericolati con il casco in testa e ribelli che non rischiano la galera. Siamo tutti stressati digitali. Chi più e chi meno. E la questione è piuttosto seria, tanto che l’insorgere di episodi di dipendenza in noi e negli altri non è così raro. Ma di solito quando ce ne accorgiamo è troppo tardi.

Come Facebook e gli altri social media influiscano sulla nostra salute mentale e come un’intera generazione ne stia subendo gli effetti è al centro della conferenza di BergamoScienza in programma all’Auditorium di Piazza Libertà il prossimo 10 ottobre (ore 09.30, tutto esaurito). Il titolo dell’incontro – organizzato in collaborazione con l’Associazione Genitori Atena – è evocativo: “Le nuove forme dello stress nell’era digitale”.

E poiché da utilizzatori seriali di smartphone, connessioni e social siamo magari convinti di stare discretamente bene abbiamo incontrato il relatore, il professor Giovanni Biggio, professore ordinario di Neuropsicofarmacologia presso l’Università degli Studi di Cagliari, membro dell’American College of Neuropsychopharmacology, presidente della Società italiana di Psiconeurofarmacologia e vicepresidente di Sardegna Ricerche. A lui chiediamo in quali casi dovremmo essere preoccupati.
Da questa chiacchierata sono emerse tre parole chiave: Centennials (o Generazione Z), dipendenza e sonno.

Giovanni Biggio

Essere sempre al centro dell’attenzione

Il livello di protagonismo fornito dai social network, la possibilità di essere migliori di altri, di mostrarsi più provocanti, divertenti, intelligenti, interessanti rispetto alla media, stimola proprio questa parte del cervello Il desiderio e la trasgressione sono costantemente sollecitati e il tutto è aumentato dalla distanza relazionale garantita dallo smartphone. Per quanto possiamo trovarci uno di fronte all’altro o a chilometri di distanza, tra me e te c’è un device connesso e l’effetto è potenziato.Lo smartphone è diventato una scatola di emozioni che invece di esaurirsi in un “faccia a faccia” continuano a restare in circolo e ad alimentarsi.

Centennials

I Centennials stanno pagando il prezzo più alto

Internet è stata una rivoluzione e un ulteriore salto di qualità c’è stato intorno al 2010-2012 con l’avvento di smartphone e touch screen.La connessione costante, i social, le chat, attirano il cervello nelle aree del piacere e del desiderio”. Cosa si rischia? Si può arrivare a un livello di intelligenza quasi folle, a comportamenti borderline, depressione, psicosi, disturbi del comportamento, aggressività, fino alla schizofrenia.

I Centennials – ovvero la generazione nata fra il 1995 e il 2012 – stanno pagando il prezzo più alto. Spiega Biggio: “Lo stimolo di questa tecnologia è nuovo per i nostri geni. I ragazzi reagiscono in modo diverso. Ci stiamo preparando a un’era con un alto tasso di tecnologia e tra un po’ ci assesteremo su uno sviluppo nuovo e sostenibile. Nel frattempo, questa è la generazione che pagherà il prezzo maggiore: quella nata quindici anni fa, che sta testando per noi gli effetti di queste dipendenze, pagando in molti casi anche con la vita”.

Siamo tutti dipendenti e in futuro ci saranno centri di recupero

Se vi è mai capitato di andare in panico per la batteria esaurita del telefono, o perché lo smartphone si rompe, o perché a causa di un crash di Facebook i social si bloccano, sappiate che avete avuto un assaggio della dipendenza digitale. La capacità di gestire o meno quella dipendenza regola lo stato d’ansia relativo.

Aprire gli occhi e guardare il telefono, alzarsi per andare in bagno e prenderlo con sé, studiare e rispondere al contempo ai messaggi, camminare inquadrandosi costantemente alla ricerca della posa migliore. Sono tutti comportamenti sinonimo di dipendenza.
Nelle personalità più deboli questa dipendenza cresce tanto da provocare stati di panico e forte stress nel momento in cui si perde il contatto con il mondo digitale. In questo senso è assolutamente paragonabile a una dipendenza da droga o alcol e non c’è farmaco che possa curarla”. Non è da escludere che in futuro potrebbero esserci anche da centri di recupero per le dipendenze tecnologiche.

La mancanza di sonno una delle cause della violenza digitale

Se quando non dormite vi sentite irascibili pensate che la maggior parte dei ragazzi usa lo smartphone di notte. Finisce di guardarlo anche molto tardi, alle due o tre di notte. In ogni caso lo lascia acceso, pronto a rispondere a ogni messaggio o notifica arrivata: “Siamo di fronte a una generazione che dorme pochissimo e questo alimenta gli stati di violenza. Le ricerche, infatti, hanno dimostrato che il cyber bullo ha come prima causa del suo comportamento la deprivazione di sonno. Uno studio pubblicato a maggio di quest’anno, inoltre, spiega che per una percentuale significativa di soggetti l’aggressività non si riduce nemmeno cambiando lo stile di vita”.

La soluzione è non esagerare

Durante questa lunga e affascinante chiacchierata il professor Biggio non esprime giudizi in merito alle reazioni al cervello di cui i Centennials sono vittime: “Il cervello cambia e questo non significa che sia in meglio o in peggio, semplicemente cambia”.
Gli strumenti tecnologici facilitano l’acquisizione di nuove competenze e aiutano l’esercizio delle capacità personali. Ad essere messo sotto accusa è il loro utilizzo improprio. In questo senso, non c’è social o chat che si salvi: “I social sono tutti più o meno sullo stesso piano, la differenza la fa soprattutto l’intensità degli accessi compiuti dai ragazzi”.

 

Fonte: Eco di Bergamo

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